Narrativa

Premio "RACCONTI NELLA RETE 2008" - "La Bestia Dentro" - Primo Classificato

LA BESTIA DENTRO 

 

Di Stefania Bonomi

 

         E poi arriva un momento nella vita  in cui puoi avere anche la “bestia” insidiata dentro.

Ed è proprio quello il momento in cui sai che quella bestia deve morire. Perché ha passato il limite. Perché è andata oltre.

Perché si è introdotta nel tunnel dell’indecenza, come una droga  avvelena il sangue a tal punto che quel sangue, per

continuare a fluire nelle vene, deve essere trasfuso, purificato, disintossicato.

         Cucinava, dopo una stancante giornata di lavoro, dedicandosi con attenzione al taglio della verdura, all’apertura e

chiusura delle ante dei mobili, dentro ai quali aveva ordinato le vettovaglie, piatti e fondine, diligentemente scelti in base a

colore della tovaglia e dei bicchieri.

         Si sentiva una buona madre ed una brava moglie. Senza sensi di colpa.  Perchè il senso di colpa viene partorito dalla

mente solo quando le linee dei confini relative ai differenti territori emotivi si sovrappongono.

        A lei non era successo. Esattamente dove la prima linea finiva, iniziava la seconda.

        Nessuna sovrapposizione. Mai.

        Mescolava il risotto. Brodo, zafferano, brodo.

Brodo….brodo….brodo…

        Il cucchiaio di legno gira e forma il risucchio….è importante che il riso non si attacchi ai bordi della pentola per evitare che si annerisca.

      Ma gli occhi di lui avvinghiano i ricordi.  Ciglia che sbattono, folti tappeti di verde smeraldo. Trasparenti e limpidi come il vetro delle biglie dentro al quale si vedono gli arcobaleni dei colori. Occhi sani e malati. Occhi sinceri e falsi.

Occhi. Occhi che parlano. Occhi grandi.

       Avvolta in umide lenzuola aveva sentito quegli occhi  scivolarle addosso, prima con passione, poi senza ritegno. Lui disegnava. Alzava e abbassava lo sguardo sul foglio, mentre l’abile mano destra schizzava con il carboncino l’immagine sporca di una scabrosità realmente consumata. Lui sopra di lei, lei sotto di lui. Sguardi grandi e acquosi.  

        Dolcissime e pericolose verità da tenere nascoste dentro ai ricordi.

Rapita nella spirale del risotto,  dentro alla quale si vedeva il fondo della pentola, aggiunse del brodo. Poi venne distratta dall’insistente illuminazione del cellulare poggiato sul tavolo. Si pulì le mani nel grembiule. Lo prese. Lo lesse.

“forse ti amo….però solo forse”

        Sentì il brivido percorrerle la spina dorsale. Adesso sapeva riconoscerlo.

Sorrise. La bestia le faceva questo effetto. Semplicemente… non ci credeva. Non c’erano le basi dell’amore, l’esistenza

del concetto in sè. Non c’era nemmeno un pezzetto della loro vita che potesse posizionarsi dentro a un mondo, dove il

battito del cuore si nutre di ossigeno puro.

       Entrambi respiravano anidride carbonica pericolosa e letale. Entrambi si lanciavano nel vuoto, godendosi attimi di

violente sensazioni prima che il paracadute attenuasse l’impatto al suolo.

     Poteva credere a tutto, ma non credere all’amore. Non lasciarsi fondere e confondere nella violenza di quelle scosse

adrenaliniche. Lui era solo ciò che non esisteva, e proprio questa inconsistenza lo rendeva onnipotente.  

       Aveva guardato quel disegno, poi i suoi occhi, poi di nuovo il disegno.

Si era leccata le labbra, si era raccolta i capelli sudati, poi gli aveva teso la mano, facendosi  consegnare l’immagine di una

verità che non sarebbe mai esistita.

       Aprì il frigo, prese la ciotola del formaggio grattugiato e spolverizzò il risotto giunto alla fine della sua cottura.

La bestia doveva morire. Non sarebbero andati avanti tanto in quel modo. Se quel gioco erotico non si fosse fermato,

sarebbe sopraggiunto lo scempio mentale.

Poggiò il mestolo. Prese il cellulare:

         “ E’ arrivato il momento di ammazzare la bestia. Addio”

Ci pensò qualche istante prima di schiacciare il tasto d’invio. Ma poi lo fece. Andava a rischio.

     Ma ormai il rischio non aveva potenza, confronto alla prepotenza con cui lo avevano portato all’eccesso. Sensazioni

migratorie che non si  sarebbero potute evolvere in nulla, perché avrebbero trovato  morte naturale nello spegnersi di quel

tormentato fuoco delirante.

     Cosa era successo? L’acqua, con la sua potenza aveva spalancato la diga? O la diga aspettava da tempo la prepotenza

del flusso?

Prese le quattro fondine e ci versò il risotto fumante

       “Ragazzi, cinque minuti e si va a tavola”

Due vibrazioni del cellulare.

       “Ma no….dai….”

Già.”ma no, dai….” Ora c’è un disegno. Era il suo lavoro.

    b Stavano sovrapponendo la realtà, il possibile e l’impossibile. Cominciava ad esistere il desiderio di lasciare tracce.

Non l’avrebbe convinta.  Anche lui aveva una moglie, dei figli, una famiglia.

*  *  *

     La bestia si sarebbe ritirata nella sua tana, fino a che il territorio fosse rimasto minato di colpevolezza.

Lei non ci sarebbe più stata.

Lui non avrebbe sentito più il suo profumo.

     Non ci sarebbero più stati liquidi, conditi di parole e sensazioni, mescolati a sacre verità di cui si erano entrambi nutriti

e strafogati.

     Il nulla lo avrebbe inghiottito nel ruolo  che aveva scelto per la sua vita artistica e privata.

Non era stato facile nemmeno  per lei accettare qualcosa di forte, da aggiungere ad un matrimonio felice e appagante.

Quindici anni di assoluta fedeltà per poi trovarsi a fare i conti con una passione sana, malata, sana e malata.

Impossibile voler dimenticare. Non si poteva dimenticare nulla.

     Si sedette a tavola e respirò l’odore della sua casa e della sua famiglia. Le rughe asciutte del viso di suo marito, le

chiacchiere quotidiane dei suoi figli, la legna bruciacchiante nel camino, la sigla del telegiornale, il cane accucciato sul

tappeto.

     Quella era la sua vita.

In un’isola assolata si può fare tutto. Se tutto si vuole fare. Il mare che delimita uno spazio, uno spazio delimitato da

quattro pareti di una stanza d’albergo, due anime che cercano una via di fuga.  

     Eccolo il disegno. Il suo corpo è sopra quello di lei. Ed il foglio è bianco e pulito e così deve restare. Perché quel

disegno appartiene solo a loro. E invece lui aveva iniziato a tracciare le immagini della verità. Poi le aveva detto:

     “Questo quadro nasconde il segreto della passione: la menzogna.”

     Pensò che era vero. I buoni sentimenti vivono solo sotto le lenzuola famigliari. Quello che lui voleva dipingere  erano

bugie, condite di fiori, odori e complicità.

Sparecchiò stancamente.

Buttò uno sguardo al cellulare. Nessun messaggio. La bestia ruggiva. Aveva fame.

Tovaglioli, bicchieri, posate, acqua, vino…

Voleva ricordare qualcosa

     “Non farlo, non lo voglio”

     “Si che lo vuoi….”

    “No, non lo voglio”

Come si finisce dentro a una vita che non ci appartiene, consapevolmente felici dei propri vergognosi desideri?

Avevano entrambi cercato  risposte a domande senza risposta. Lui si era confidato e rivelato.

E lei gli aveva dato l’assoluzione, indispensabile per giustificare il senso di colpa.

     Al sorgere dell’alba si era rivestita.

Ricordava che nel breve sonno lui l’aveva tenuta stretta.

Si era divincolata e gli aveva baciato le mani sporche di carboncino, le braccia forti, i capelli sottili.

Ma lui l’aveva ripresa

     “Ti prego….. Resta qui”

Si slegò il grembiule e lo appese alla parete. Spostò la tenda della finestra. Pioveva….

Si era ritirata nella sua camera alle sei del mattino, respirando profumi e sensazioni di una vita passata.

Alle dieci aveva chiamato la sua famiglia.

Dopo un’ora volava sopra il mare.

Alla sera lui le mandava baci per telefono mentre lei era già a casa, abbracciata a suo marito.

     Pensò ancora per un attimo a lui, e a ciò che non sarebbe mai potuto essere o divenire.

E  lei non sarebbe mai riuscita a convivere con i rimpianti, ed ancor meno con i  rimorsi.

     “Dalla tua borsa è scivolato fuori questo disegno – le disse il marito entrando in cucina - lo stava srotolando

osservandolo con molta attenzione – è di uno dei tuoi artisti?”

     Si avvicinò a osservare il disegno con lui...

    “Si, è uno schizzo che Mark ha fatto durante un viaggio".

“Lei ha un’espressione meravigliosa” – disse il marito rapito “trasmette estasi, passione, sensualità.

Ti ho sempre detto che quel  ragazzo ha talento”

     Riavvolse a pergamena il piccolo schizzo, andò in sala e lo gettò nel camino.

     Lo guardò fino a che il fuoco non lo rese totalmente cenere.

Erano già due mesi che la tela era in esposizione alla Triennale.

Erano tre mesi che la critica si chiedeva perché l’autore lo avesse chiamato “La Bestia Dentro”.  

 

                                                              di Stefania Bonomi 

                              (Tutti i diritti riservati - E' vietata la pubblicazione non autorizzata)

 

 

 

Insight - La Solitudine - di Stefania Bonomi

 

La SOLITUDINE (BRANO IN CONCORSO) 

 

 

Con lei ormai ci parlava.

    Era un dialogo sottile, introspettivo, talvolta fragile.

    Un dialogo vero, profondo. Unico.

La solitudine non aveva ormai da tempo questo nome.

La solitudine era una radio accesa,

le fusa della gatta sotto le coperte,

un raggio di sole che filtrava dalle finestre al risveglio,

una colazione fatta di pensieri organizzativi della giornata.

    Con la solitudine a volte ci parlava ad alta voce.

I vicini di casa avrebbero potuto immaginare che spesso lei aveva ospiti

perché dalla cucina provenivano profumi di arrosti e salvia, di soffritto e sughi.

Il suo terrazzo fioriva di surfinie sempre più cascanti,

ogni giorno più curato che mai.

    La sua vicina la sentiva cantare, ridere, parlare.

La vedeva uscire profumata e rientrare colma di sacche della spesa.

Ma lei però era sempre sola.

    Un giorno smisero di sentire la musica e videro le surfinie soffrire per la siccità.

Dalla casa della donna sola non provenivano più profumi di cibo e musiche allegre e vitali.

Spesso le tapparelle restavano abbassate fino a sera e la gatta miagolava di richiami felini.

    La vedevano ormai di rado entrare ed uscire e nel suo sguardo

non c'era più quella luce che caratterizzava un sorriso sereno.

Un giorno al suo fianco videro un uomo.

Un uomo che la teneva per mano.

Teneva per mano una donna diversa, stanca, smarrita.

Un giorno la vicina le chiese che cosa era cambiato nella sua vita.

E la donna rispose: "nulla.

Semplicemente ora non sono più sola".

 

                                                       di Stefania Bonomi

 

                        (Tutti i diritti riservati - E' vietata la pubblicazione non autorizzata)

Insight - L'amicizia di Stefania Bonomi

Amicizia.

Parola enorme, gigantesca, altisonante. Parola rara.

Gli amici non si dimenticano mai.

Anche quelli che hanno fatto parte del nostro passato,

anche quelli che il tempo ci ha portato via,

anche quelli che non sentiamo mai.

Anche quelli sono Amici.

Perché sono rimasti nella nostra memoria,

perché sono rimasti nel cuore dei ricordi,

perché quando pensiamo a loro ci coglie un sorriso.

Perché sono rimasti appiccicati dentro,

con la loro simpatia, il loro sorriso,

quel modo di farci stare bene.

Amici che sono passati.

Che hanno lasciato un segno, una fotografia, un ricordo.

Li riconoscerai sempre.

Perché quando,e se li rincontrerai,

tutto quel tempo passato verrà frantumato,

disperso è dimenticato in un solo abbraccio.

È tutto ricomincerà.

Perché con un amico niente è' mai finito...

 

                                                          di Stefania Bonomi 

 

     (Tutti i diritti riservati - E' vietata la pubblicazione non autorizzata)

 

 

"La Donna che Fermava l'Amore" (in Concorso)

                                  LA DONNA CHE FERMAVA L’AMORE
 
            Musica.
Cosi Laura vedeva scorrere quell’ordinaria mattina davanti ai suoi occhi. Cappellino, casco, sciarpa, copertina, guanti, I-Phone, auricolari, brani in sequenza casuale.
            Musica.
Ogni movimento era scandito dalla musica, ogni persona che si muoveva in quell’inizio di giornata camminava, correva, telefonava, sorrideva, gesticolava, guidava dentro la musica, confondendosi nelle note, nelle melodie di una canzone.
           Cosi, anche una qualsiasi tangenziale con lavori in corso e sopraelevate non ancora terminate, puzzolente di gasolio e malata di traffico, poteva diventare un inedito film, le cui sequenze musicali venivano amplificate dalla sua immaginazione. C’era un cielo terso quella mattina, un’aria fredda e frizzante, caratterizzata dalla mancanza di profumi, tipica dei mesi invernali.
        Erano dodici anni che Laura percorreva quella strada. Avrebbe potuto chiedersi perché, da dodici anni, d’inverno, d’estate, a primavera, in autunno percorreva sempre la stessa strada. “Perche la mia vita è sempre uguale” – sarebbe stata la risposta più ovvia – “ e finché non cambierò vita… la strada resterà sempre la stessa…”.
 

         Aveva fatto il suo ingresso in città. Era ferma al solito semaforo. Alla sua destra la casa provenzale, quella dove buttava sempre un occhio per vedere se dalle finestre fosse riuscita a percepire una parvenza di vita. Perché le piaceva da matti quella casa e le sembrava impossibile che quelle finestre fossero sempre chiuse, senza un fiore ad incorniciarle, un respiro che si potesse percepire dietro ai vetri.
              Verde.
Qualche centinaio di metri e sarebbe passata di “lì”. Forse “lì” per un po’ di tempo Laura non ci era più passata. Svoltava prima. Faceva il giro un po’ più lungo. Tanto… le strade per arrivare in centro erano sempre le stesse. L’alternativa alla circonvallazione interna che porta ad abbracciare San Babila, era Piazza Castello, che, costeggiando Brera, avrebbe creato l’imbuto obbligatorio verso Piazza Della Scala, fino al Duomo.
 

             Ma quella mattina Laura non aveva fatto alcuna svolta, non potendo comunque fare a meno di immaginare che da quella strada sarebbe potuto uscire lui, o anche quell’altra, che aveva costruito la sua dimora sulle macerie di un amore percorrendo adesso quella strada da regina.
 
              Ma Laura quel giorno ci era passata davanti cosi, senza pensare. Punto. La svolta. Quella che non si era mai data, ma che avrebbe voluto dare definitivamente alla sua vita. La svolta.
Le ruote dello scooter inghiottono il cemento, lo divorano velocemente.
             

               Musica.
 

           La sequenza casuale le piace perché riesce ad alternare nei suoi ricordi attimi di potente nostalgia a pura energia dinamica. Corre, con la musica infilata nelle orecchie, le orecchie infilate nel cappello di lana, il cappello di lana infilato sotto il casco, gli occhiali scuri infilati da qualche parte anche loro, la sciarpa che le copre naso e bocca. Non si vedono nemmeno le gambe, nascoste sotto la copertina zebrata che ha comperato in sconto perché cosi vistosa non la voleva nessuno.
            Inizia la parte pericolosa: quella delle telecamere e delle corsie riservate. Quella dell’imbuto che si stringe, che non può garantire nessuna puntualità nemmeno con la tempistica breve della moto. Cambia il brano. E mentre parte la nota di quella voce da brividi che li aveva accompagnati nel cammino del loro amore, lo vede sfrecciare al suo fianco, superarla, con la sua moto bianca che aveva fatto parte dei loro viaggi e che apparteneva a Luca più di qualsiasi altra cosa.
 

               Ingresso annunciato nel suo spazio vitale. Ha 500 brani in impostazione casuale ma Luca passa sulla scia di quella canzone che gli appartiene. Nulla succede per caso. Lo ha pensato troppo e troppo ancora, passando davanti a casa sua.

               Ma Luca non la vede. Luca non sa più di lei. Luca non sa che Laura ha comperato uno scooter, che lavora a cinquecento metri dal suo ufficio. Luca non sa che Laura non ha mai smesso di percorrere quella strada. Quella strada che faceva con lui innamorata, e poi ancora con lui disperata, e poi senza di lui mortificata e che poi avrebbe percorso senza di lui. Per sempre.
              Eppure ora la stanno ripercorrendo insieme. Ma Luca non la vede. E’ impegnato a falciare il traffico con la potenza del suo motore. Laura gli sta dietro, mentre la canzone, la loro canzone passa dagli auricolari al suo sangue e urla. “Dio, che bello che mi hai fatto tornare indietro. Adesso siamo ancora noi due insieme a ripercorrere questo asfalto, in una mattina di febbraio, quello stesso giorno di febbraio in cui ci lasciammo”

Era il 18 febbraio del 2008.

E’ il 18 febbraio del 2015.

   “Ferma il tempo.

     Ferma la tua moto,

     ferma la mia,

     ferma il vento,

     ferma i palazzi,

     ferma la vita,

     ferma i ricordi.

     Ferma l’amore….”
 

 

             Le auto soffocano il passaggio. Non c’è spazio per passare ne a destra ne a sinistra. Ma Laura è ancora dietro di lui, talmente vicina che lo specchietto retrovisore le rimbalza l’immagine del viso di Luca. Potrebbe allungare una mano e accarezzare il suo giaccone che abbracciava nelle fredde mattine d’inverno in cui raggiungevano l’ufficio insieme, quello stesso giaccone appeso negli armadi che avevano raccolto la loro condivisione di vita.
 


            Ma Laura era cambiata. Luca no. Luca e lo stesso casco. Luca e lo stesso giaccone, gli stessi guanti, gli stessi pantaloni, le stesse scarpe. Luca era ancora tutto completamente suo. Lo scooter di Laura è più piccolo e gimcana meglio nel traffico. Luca la supera veloce, ma lei lo riprende. E non stanno facendo la stessa strada per caso. E non è per caso che se Luca cerchi di infilarsi a sinistra e non ce la fa, poi arriva lei a destra ed è di nuovo davanti a lui. Ma lui non la vede e la canzone ancora non è finita. E ha i brividi perché sta sentendo la vita cosi intensamente che quasi, di prima mattina, ci si sta ubriacando.
 

                Poi la moto bianca sparisce, è veloce ed il tram impedisce a Laura il sorpasso. Deve fermarsi.
“Ti ho perso. Ciao….. è stato bello incontrarti, questo stesso 18 febbraio. Quello stesso 18 febbraio in cui ti dissi “se non mi ami più lasciami andare”. Quello stesso 18 febbraio in cui tu risposi “Anche se ti amo ancora, ti lascio andare lo stesso…”
                                                                                ***
             Ma è solo un attimo, un attimo di pensiero e lui è ancora li. Laura a destra dell’autobus, Luca a sinistra. “Aiuto, questo colosso mi schiaccia” accelera ed è ancora dietro di lui. Lo raggiunge al semaforo e sono di nuovo vicini. “Non voglio fermarmi al tuo fianco, cosi, troppo vicino, magari per vedere le tue rughe, il tuo sguardo o per sentire ancora il tuo profumo”…
 

             E allora resta appena più indietro, quel tanto da nascondersi nell’ombra, l’ombra in cui si era rifugiata per sette anni. Sette anni che, ferma a un semaforo, sembrano aver appena accarezzato il suo fugace tempo passato senza di lui. E mentre sfuma l’ultima nota di quella canzone…  e Luca….. Luca si gira.

              Si gira lentamente e la guarda. Si gira perché hai sentito il suo odore, quello che avrebbe potuto sentire solo lui, nel fetore di questo traffico. Si gira e la guarda perché il tempo gli ha sussurrato all’orecchio un ricordo. Si gira e la guarda perché nel suo pensiero gli è apparso il viso di Laura. Si gira a guardarla perché Laura ha fermato l’amore.
             “Ti giri a guardarmi perché questo è il miracolo della vita.”


           Luca la osserva cercando in quella donna che non riconosce un dettaglio d’amore. Ma non lo trova. Non conosce quello scooter, non conosce il casco nuovo che Laura si è appena comperata, e non può riconoscere nemmeno le sue lunghe e magrissime gambe che ha tanto accarezzato, perché anche quelle sono nascoste dalla copertina zebrata.

Il viso è coperto dalla sciarpa, la giacca tecnica l’ha appena comperata. Eppure Luca non smette di guardarla.
E Laura vorrebbe sorridergli. Perché dentro al suo sorriso Luca ritroverebbe il ciclo della vita, la forza dell’amore. Ma Laura non sorride.
 

               Verde.
 
Lei svolta a sinistra, Luca prosegue. Proseguì la sua strada senza di lei, come decise di fare il 18 febbraio del 2008.
              “ Grazie. E’ stato bello rivederti. E’ stato bello risentire l’amore. Buona giornata."

 

                                                                        di Stefania Bonomi 

                                        (Tutti i diritti riservati - E' vietata la pubblicazione non autorizzata)

LA CURA di Stefania Bonomi (racconto in Concorso)

 

 

RACCONTO IN CONCORSO "LA CURA" di Stefania Bonomi

           

 

            Anche oggi non so dove andrò, in quale viaggio mentale sarò trascinata, quali saranno i miei impulsi quando deciderò di rinunciare all'attacco di panico, dirigermi delirante verso il portellone già serrato e urlare inferocita di farmi scendere da quel maledetto aereo.

             Di nuovo accetterò la mia discesa verso l'inferno.

L'inferno di una metropoli che mi opprime e mi eccita, con le sue nebbie uggiose, i suoi soli pallidi ed efebici, quei suoi fetori di cemento bagnato o trasudante calore. Amo e odio Milano. Amo e odio Linate. Malpensa non ha senso. E' fuori. Fuori dai tunnel della metropolitana, collegata da un treno veloce oltreconfine che attraversa zone troppo paludose per appartenere alla mia città. 
 

Malpensa è oltre città, ed il gioco non ha più senso, perchè quando arrivo li, da Milano, mi sono già svincolata. Linate invece ha il potere di scollarmi di dosso la città e di illustrarmela in tutta la sua stupida importanza manageriale che il decollo miniaturizza con il suo trascorrere.

Cerco sempre casa mia con il naso schiacciato contro la sporcizia della plastica dell'oblo, partendo da Viale Forlanini, per arrivare alle guglie del Duomo, cercare ansiosa il Castello Sforzesco, il tappeto verde (ed unico) del Parco Sempione, l'antenna della Rai e cercare un puntino blu che corrisponde alla piscina di casa mia, nascosta dall'imponenza delle terribili ed elegantissime torri che la soffocano. Utopia.

La mia ricerca è sempre più lenta, il mio sguardo pigro e perdente nella partita con il decollo.

Arrivo al Duomo, poi mi perdo. Perdo me stessa e la strada di casa.
 

Oggi ci riprovo. Ho il Prozac nelle tasche dei jeans. I cani della sicurezza non stanano il Prozac ed io mi sento uno spacciatore propenso al consumo della sua stessa merce.

Godo e tremo al solo pensiero del decollo e dell'atterraggio in questo stupido aeroporto, troppo poco caotico e orrendamente pulito, con il rombo degli aerei troppo leggero per trapassare il giusto decibel consentito dall'inquinamento acustico. 
 

Quel pazzo del mio terapista me lo aveva prescritto. “Pre” come predetto, “Scritto” come fanno loro quando al posto di spiegarti, cercano di curarti.

La cura: A/R Milano-Roma: una volta la settimana per tre mesi.

Peccato che la mutua non passi i voli aerei. Dovrebbe, se è questo il modo per guarire dagli attacchi di panico. Ci sono. Appoggio la mia borsa sul tapis-roulant del metal detector. 
 

Ci ho messo dentro il phon, perchè dentro a quei monitor che quello della sicurezza fa finta di guardare mentre si scambia battute e occhiolini con la collega della postazione vicina, può sembrare una rivoltella.

E non mi sono tolta nulla dalle tasche dei jeans, nemmeno la cintura, perchè voglio perdere un po' di tempo, voglio far perdere un po' di pazienza, voglio far perdere il volo a quell'impaziente del mio compagno di viaggio che ha fretta, voglio perdere il volo. Il volo, il volo!!
 

Ho le mani di qualcuno sotto le mie ascelle sudate. Mastico il cuore che ha un pessimo sapore, mentre suonano le campane, che non sono quelle della messa. Sono suoni metallici e ferrosi, carrelli del supermercato che si incastrano con catenelle che sputano monete da mettere nella mano rugosa della zingara accucciata sul marciapiede con i piedi freddi infilati dentro al pelo dei suoi cani al guinzaglio.

Mi apriranno il portellone spingendomi fuori dal fetore della paura.

Lanceranno le mie valigie sull’ambulanza diretta al piu vicino centro psichiatrico.
 

La sirena viaggia tra clacson e brusche fermate di tram che cigolano dentro a rotaie arrugginite. Ho la maschera di zorro legata al viso, veleno per non morire. Un mantello bianco. Forse andrò in Duomo a gettare coriandoli sulla faccia truccata di qualche fatina. O forse festeggerò Hallowen al Plastic di Viale Marche, sempre che Pino, il buttafuori, per una volta mi riconosca e decida di farmi passare aprendo il cordone dei disperati che alle tre del mattino non hanno voglia di mettersi in branda.

C'è anche Doctor House che mi schiaffeggia. Finalmente un tossico mi elargisce una dose di eroina che mi entra sparata in vena e mi porta nell'oblio dell'esistenza.

              Ed ecco Milano dall'alto. Ferma, immobile, sempre più vicina, sempre più vera, sempre più mia.

La posso chiudere dentro al palmo della mia mano, trasformarla in un puzzle senza pezzi mancanti.

Scalino dopo scalino poggio la pianta del piede sulla globo.

Ecco che sono sul taxi. Ecco il traffico, l'odore maleodorante dell'inquinamento, del piscio e degli escrementi dei cani, dei profumi del cibo precotto, di una natura ingabbiata che fa fatica a trovare l'ossigeno per la sopravvivenza.

Ecco la mia città. Ecco che finalmente sono arrivata a casa.

La mia custode mi saluta con la giusta riverenza di chi ha accettato di vivere nell'unico monolocale a pianterreno di una casa con appartamenti spaziosi e prestigiosi concessi solo a chi lavora negli uffici di Galleria del Corso.
              "Ha fatto buon viaggio Signora Testori?"
              "Ottimo, Laura. Grazie. Buona giornata"

 

 

                                                                        di Stefania Bonomi 

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